Il primo incontro avviene in cooperativa, in una stanza luminosa ma silenziosa.
Al suo interno siamo in quattro: Antonio, i suoi genitori, il coordinatore del servizio ed io, l’educatore.
Il ragazzo tiene lo sguardo basso, le spalle leggermente chiuse in avanti, come se volesse occupare meno spazio possibile. Risponde a monosillabi, quando risponde. I genitori parlano con una preoccupazione che sembra ormai stanchezza. Raccontano che da mesi il figlio non va più a scuola, passa la maggior parte del tempo chiuso in casa ed esce sempre meno.
Ogni tentativo di avvicinarlo sembra fallire.
Ascolto, cercando prima di tutto di capire chi ho davanti. Non solo il problema, non solo le difficoltà, ma la persona. Mi accorgo della mia curiosità: non quella che invade, ma quella che prova ad avvicinarsi con rispetto, lasciando all’altro il tempo di farsi conoscere.
In quel primo incontro non succede nulla di ecclatante. Eppure qualcosa inizia: accetta di provare.
Il primo periodo è stato dedicato soprattutto alla costruzione della relazione. Entrare nel mondo di Antonio non è stato semplice. La casa sembrava un luogo chiuso, fragile, quasi sospeso. Ogni gesto doveva essere misurato, ogni proposta calibrata, perché il rischio di ritirarsi ancora di più era
sempre presente. All’inizio gli incontri erano fatti di silenzi, di tentativi, di piccoli avvicinamenti.
Non si trattava di convincerlo a fare qualcosa, ma di stare, di esserci, di rendere possibile un contatto che non forzasse, che non chiedesse troppo, ma che restasse affidabile.
Con il tempo qualcosa è cambiato. La mia presenza è diventata riconoscibile, poi attesa. Abbiamo iniziato a condividere momenti semplici, attività quotidiane, brevi uscite. Dentro questi momenti sono emerse parti di lui che sembravano nascoste: interessi, curiosità, desideri, ma anche paure e fatiche che non trovavano parole.
Accogliere la sua sofferenza ha significato non volerla cancellare subito, ma provare a darle spazio, a comprenderne il senso, cercando insieme quei punti in cui la vita continuava comunque a farsi sentire. Da lì abbiamo iniziato a costruire possibilità.
Nel tempo, il lavoro si è allargato anche alla relazione con i genitori. La mia presenza è diventata un punto di mediazione, uno spazio in cui poter rileggere insieme ciò che stava accadendo, senza giudizio, cercando nuove modalità per stare in relazione con il figlio.
Gradualmente il percorso ha preso forma in un progetto condiviso. Non un insieme di obiettivi imposti, ma una direzione costruita passo dopo passo, capace di orientare le scelte, le esperienze, le azioni educative. Un progetto che ha aiutato il ragazzo a ritrovare alcune coordinate per muoversi nel suo mondo e, lentamente, anche fuori da esso.
Oggi il cammino non è concluso, e non sempre è lineare. Ma qualcosa si è rimesso in movimento. E spesso è da qui che cominciano i cambiamenti più importanti.
Jacopo – Educatore
I Servizi Educativi Domiciliari (SED) nascono proprio per questo: per incontrare le persone nei loro contesti di vita, per costruire relazioni che rendano possibili nuove esperienze, per accompagnare ragazzi e famiglie in percorsi che hanno bisogno di tempo, cura e presenza.
Perché ogni storia, quando trova uno spazio in cui essere ascoltata, può riaprire possibilità.
Per avere maggiori informazioni sul servizio SED di Centro Train de Vie scrivi a elena.nobile@traindevie.it
Siamo una cooperativa sociale specializzata nella cura del benessere della comunità di cui facciamo parte.
Offriamo interventi educativi, di sostegno psicologico e formativi, di creazione, innovazione e sviluppo delle comunità e dei territori.
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